La violenza sulle donne si può combattere solo con l’educazione.

Idee e riflessioni
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Il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Il 26 novembre sarà cambiato qualcosa? No, certo che no. Ma ogni anno ci proviamo. Cerchiamo di sensibilizzare gli uomini a capire che le donne non si picchiano, che non sono inferiori, che non sono oggetti, che non sono tutte puttane, che non sono “di proprietà” dell’uomo. E cerchiamo di far capire alle donne che devono ribellarsi, che devono lasciare gli uomini che le picchiano, perché la violenza non è mai amore, e loro non cambieranno mai.

Ma un uomo che considera una donna come un essere in suo potere, che la vuole solo per sé, che la picchia, e una donna che si lascia umiliare, offendere, picchiare, molto difficilmente possono cambiare. Sono il frutto di una mentalità sbagliata che non siamo ancora riusciti a correggere. Sono il frutto di errori educativi, che partono da una assurda separazione dei ruoli fra maschi e femmine, bambini e bambine, uomini e donne. Un’errata educazione, impostata sugli stereotipi di genere è in gran parte responsabile delle scelte che faranno adolescenti e poi adulti nel campo affettivo e sessuale.

La violenza sulle donne si può combattere solo con l’educazione.

C’è un tipo di educazione che porta i bambini a diventare ragazzi e uomini che rispettano le donne, e ce n’è un altro che può portare alla violenza sulle donne.

La violenza sulle donne nasce da una mentalità che in sostanza (anche se oggi non esplicitamente) dice: la donna è inferiore all’uomo e perciò deve essere dipendente da lui, non deve tradirlo, non può rifiutarlo, altrimenti merita una punizione.

La violenza sulle donne non potrà finire se

  • eviteremo di affrontare con i nostri figli e le nostre figlie il discorso della sessualità;
  • parleremo con i nostri figli continuamente di sesso, faremo battute che riducono la donna soltanto al suo corpo e a quanto può essere invitante;
  • continuerà a circolare l’antica idea dell’uomo che “se gli capita l’occasione sarebbe uno scemo se non accettasse”;
  • si continueranno a usare parole e gesti volgari, a sfondo sessuale;
  • si continuerà a chiedere ai figli “ma non ce l’hai la ragazza?”
  • si continuerà a dire “ti fai trattare così dalla tua ragazza?”;
  • le bambine verranno educate a indossare il rosa perché “è il colore delle femmine”;
  • continueranno a circolare espressioni come “signorina” e “ometto”, “i maschi non piangono”, “le femmine non corrono”; “sei un maschiaccio”, “sei una femminuccia”;
  • continueremo a parlare di “cose da maschio” e di “cose da femmina”;
  • gli uomini continueranno a fare battute come “me la farei”, “quella lì è una zoccola!”, “quella è frigida, per quello non la dà a nessuno”; e le donne – presenti- continueranno a ridere di quelle battute invece di indignarsi;
  • ai bambini non verrà richiesto di aiutare in casa perché è una cosa da femmine;
  • i padri mancheranno di rispetto alla moglie davanti ai figli;
  • i padri si faranno servire dalle mogli e dalle figlie femmine;
  • le mogli si sentiranno in dovere di servire i mariti, perché “è giusto così”;
  • i padri continueranno a fare battute a sfondo sessuale sulle donne in generale;
  • i padri urleranno contro le mogli e le offenderanno davanti ai figli;
  • i padri minacceranno o schiaffeggeranno le mogli davanti ai figli;
  • le madri insegneranno alle figlie a sopportare le sfuriate dei loro ragazzi;
  • le donne sopporteranno che i loro uomini facciano pesanti apprezzamenti verso altre donne;
  • le donne non reagiranno quando gli uomini faranno affermazioni che significano “le donne sono meno in gamba degli uomini”;
  • le donne continueranno a parlare di una donna in gamba usando l’espressione “ha le palle”, come se “essere in gamba” significasse “essere come un uomo”;
  • i ragazzi verranno derisi se non fanno attività e sport “da uomini”;
  • le ragazze non lasceranno immediatamente il ragazzo al primo schiaffo che ricevono;
  • le donne continueranno a pensare che se lui le ha picchiate è perché se lo sono meritato; perché “poverino è stressato per il lavoro”; “perché è il suo carattere, ma è un bravo ragazzo”;
  • le donne continueranno a pensare che lui le picchia perché le ama moltissimo ed è giusto che sia geloso;
  • le donne continueranno a pensare che il loro compagno le ha picchiate, ma cambierà;
  • le donne continueranno a credere che il loro uomo violento cambierà, perché “ha giurato che non lo farà più”;
  • a scuola gli insegnanti, e a casa i genitori, non insegneranno ai ragazzi a rispettare le ragazze, e – soprattutto- non insegneranno alle ragazze a rispettare se stesse.

E si potrebbe continuare. Siamo ancora indietro, nella battaglia contro la violenza sulle donne, purtroppo.

La violenza sulle donne si può combattere solo con l’educazione. Delle bambine, ma anche dei bambini, fin da piccolissimi. Prima di tutto a casa e poi a scuola. Uniamo le forze!

Cominciamo a controllare le frasi che usiamo.

Rivediamo la scelta dei colori. Basta, con il rosa per le femminucce e l’azzurro per i maschietti! Ma che senso ha?  Lo abbiamo sempre fatto? Beh, è ora di smettere! Cominciamo a vestire i bambini di giallo, di verde, di rosso, di blu, di bianco, se non abbiamo il coraggio di vestire i bambini di rosa e le bambine di azzurro. Facciamone un segno di ribellione. Comincino a farlo le stiliste.

Essere bambina o essere bambino non è una questione di giocattoli, di colori, di moine o di voce rude. Sono diversi a prescindere.  State tranquilli. Se i bambini e le bambine venissero fatti sentire come ugualmente capaci di fare tutte le attività che il loro corpo permette loro di fare, molti atteggiamenti maschilisti non esisterebbero; e calerebbero drasticamente le violenze, secondo me e secondo tanti altri. Vale la pensa di provare.

Cominciamo con l’evitare gli zainetti con disegnini color pastello di fiorellini e bamboline per le bambine e con automobili e palloni colorati per i bambini.

Non usiamo più l’espressione “è da femmina” o “è da maschio”. Diciamo “è da bambini”. E lo stesso facciamo per i libri. Perché a una bambina non dovrebbe interessare un libro sul calcio, sul tennis? Perché non potrà voler giocare con le macchinine? Non potrà giocare a calcio perché è uno sport da uomo? Non giocherà a tennis? Non guiderà l’automobile? Perché un bambino non dovrebbe leggere un libro su come preparare dei tramezzini? O voler giocare con un bambolotto o una bambola? Non potrebbe diventare un cuoco? Non avrà dei figli da accudire? Se bambini e bambini giocassero indifferentemente con tutti i giocattoli, diventerebbero tutti gay? Ma lo credete veramente?

Non comperate uova di cioccolato con “sorpresa da maschio”, e “sorpresa da femmina”. Magari smettono di produrle.

Chiedete ai vostri figli di aiutarvi nei lavori di casa, indipendentemente dal fatto che siano maschi o femmine. E chiedetelo anche a vostro marito, naturalmente, perché non c’è nulla che insegni di più dell’esempio di due genitori che si rispettano a vicenda, e di una casa in cui non si fa mai questione di sesso quando si deve fare qualcosa.

La distinzione maschio/femmina aveva senso quanto, tanto tanto tempo fa, la donna stava a casa a guardare i figli, a raccogliere radici ed erbe, a controllare il raccolto e l’uomo andava a caccia; quando la donna stava a casa a preparare la cena e l’uomo andava a lavorare per guadagnare il denaro necessario a mantenere la famiglia; quando l’uomo andava a lavorare perché lo avevano fatto studiare, mentre la donna rimaneva a casa ad aspettare l’uomo, perché a lei non avevano permesso di studiare e avevano insegnato a cercarsi un marito che la mantenesse.

Oggi marito e moglie vanno a lavorare tutti e due. Perché – attraverso i giochi – continuiamo a far recitare alle bambine la parte di chi ha il dovere di stare a casa a lavare, stirare, pulire, cucinare e guardare i figli? E perché continuiamo a far pensare ai bambini che loro sono quelli che sanno fare le cose più difficili, che lavorano, che portano a casa i soldi e che se  anche fanno dei lavori in casa stanno solo “aiutando la mamma”? L’espressione di un volenteroso padre che dice ai figli “Su, aiutate la mamma” nasconde un concetto sbagliato “la mamma ha il dovere di pulire, rifare i letti, lavare, stirare, cucinare e noi maschi, se la aiutiamo, siamo gentili perché la aiutiamo a fare una cosa che toccherebbe a lei”.

Ci sarebbe tanto altro da dire. Ma “dire” serve a poco. Bisogna cominciare a “fare”. 

Sulle molestie/1

 

Colgo l’occasione per invitarvi a dare un aiuto per evitare che la CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE (ROMA)  riesca a evitare lo sfratto.   No, non è un privato che le sfratta. “Che chiedano aiuto al Comune di Roma!” direte voi! 

Non possono chiedere aiuto al Comune di Roma, perché è proprio il Comune di Roma che le sfratta!!!  

Ecco il link per dare il vostro aiuto. Grazie!

 

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