“A voi insegnanti non ve ne frega niente degli alunni”.

Lettere e risposte
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Maria Pia è una mamma, e mi ha scritto una mail un po’ provocatoria, contro gli insegnanti come categoria. Tra l’altro mi dice “a voi insegnanti non ve ne frega proprio niente dei problemi personali degli alunni a meno che non creino problemi a voi.”

Cara Maria Pia, noi passiamo la nostra vita con i ragazzi. I ragazzi sono il nostro pane. E a volte ce li mangeremmo, infatti. Ma non lo facciamo. Che cosa intendi con “non ve ne frega niente”? Se intendi che non ci interessa se a Lucia si è rotto il tacco della scarpa preferita o se Marco è disperato perché gli hanno rubato la moto; se intendi dire che non ci interessa se Stefania è stata lasciata dal ragazzo o se sta facendo la dieta e ha fame, hai ragione. Mentre tu hai a che fare con uno, o con due o con tre, cara Maria Pia, noi abbiamo davanti, tutti i giorni, una media di venticinque ragazzi. Non ce ne importa quasi niente di certe cose. Ci mancherebbe. Se così non fosse, entrando in una scuola dovresti trovare tutti gli insegnanti piangenti come salici; vedresti professori che si trascinano su per le scale, sorreggendosi e consolandosi fra loro. E le aule risuonerebbero di singhiozzi.

Ma voglio dirti una cosa, Maria Pia.
Oggi sono andata al supermercato e ho incontrato un alunno che non vedevo da anni. No, non ricordo il nome, così su due piedi, ma ricordo quel biondino pallidissimo con i denti sporgenti che chiedeva sempre di andare in bagno.
Sai che cosa proviamo, noi insegnanti, quando dopo tanti anni rivediamo i ragazzi che abbiamo avuto davanti in classe, tutti i giorni, diventati uomini e donne che lavorano? E’ qualcosa di strano, come se in qualche modo quell’uomo e quella donna fossero anche nostri. “Ciao! Come stai?” è la primissima domanda. E’ questo quello che importa a noi: che quel giovane uomo stia bene. “Che cosa fai?” è la seconda domanda. Vogliamo sapere che cosa gli ha riservato la vita. Perché, quando li abbiamo davanti, i ragazzi, noi non sappiamo che strada prenderanno, se saranno fortunati, se saranno sani, se si sposeranno, se avranno dei figli e se la vita riserverà loro più gioie o più dolori. Non ce ne importa niente dei loro tacchi rotti o delle loro moto rubate. Speriamo solo che nel bagaglio che gli abbiamo dato ci sia proprio quello che serve per vivere. La nostra paura è di leggere il loro nome sulle pagine di cronaca, perché ha fatto qualcosa di sbagliato o ha incontrato la disgrazia o la morte. E in quel caso ci chiediamo se noi, che lo abbiamo avuto per anni sul nostro cammino, avremmo potuto fare qualcosa di meglio perché non accadesse.
A noi interessa moltissimo dei nostri alunni. Anche dopo anni. 

Come quando, tempo fa, un mio alunno ha trovato la soluzione al tradimento di sua moglie impiccandosi ad un albero, in giardino, senza una parola.
Si è impiccato un uomo, ma per me si è impiccato un ragazzino.

 

 

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