Chi sbaglia deve essere perdonato?

Idee e riflessioni
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“Chi sbaglia deve essere perdonato o punito?”: ecco una domanda basilare, in famiglia, nella Scuola o nella società, durante la vita adulta.

Naturalmente parlo di errori importanti, e mi riferisco agli errori che possono fare i bambini e i ragazzi a scuola: rubare, picchiare, fare atti di bullismo o di vandalismo, distruggere, insultare, diffamare, filmare e mettere in rete immagini senza autorizzazione, ecc.

La risposta dipende da una serie di fattori fra i quali credo che si possano indicare questi tre come i principali: età, intenzione e salute mentale.

Prendiamoli in considerazione tutti e tre.

Bambino piccolo che sbaglia. Sbaglia perché non sa che non si fa o non capisce perché non lo può fare; sbaglia perché non riesce a controllarsi: non deve essere punito perché sta imparando. Qualcuno gli deve spiegare bene che non ci si comporta in quel modo. E con “qualcuno” intendo, assolutamente, prima di tutto i genitori, e solo dopo gli insegnanti.

Ragazzo (minorenne) che sbaglia senza avere intenzione di farlo o che sbaglia senza (davvero) rendersene conto: a scuola può non essere punito, o può essere punito con un provvedimento disciplinare lieve. E se viene già punito per un comportamento scorretto tenuto a scuola non si deve punire anche a casa. A casa si punisce per le sue mancanze fuori dalla scuola.

Ragazzo (ma anche adulto) che ha problemi psichiatrici. Sbaglia perché non sa che non si fa o non capisce perché non lo può fare; sbaglia perché non riesce a controllarsi: non deve essere punito perché se ha problemi psichiatrici non ha alcuna colpa se non è in grado di comportarsi correttamente. Va controllato e contenuto, non punito.

Precisato questo, passiamo agli altri casi.

Maggiorenne che sbaglia senza avere intenzione di farlo o che sbaglia senza rendersene conto: va punito, perché secondo l’art. 5 del codice penale la Legge non ammette ignoranza (sicuramente quando si tratta di comportamenti che tutti sanno essere reato, come nel caso di tutto ciò che avviene in una Scuola).

Maggiorenne che sbaglia perché non vuole seguire le regole della convivenza civile, perché fa del male, perché infrange la Legge: deve assolutamente essere punito, perché sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze sociali altamente negative che derivano dall’impunità che porta a ripetere (ampliato nei modo e nella frequenza) il reato rimasto impunito.

Ragazzo minorenne che sbaglia perché non vuole seguire le regole della convivenza civile, perché fa del male, perché infrange la Legge (della società della scuola): deve essere assolutamente punito, perché sono sotto gli occhi di tutti anche le conseguenze altamente negative, sociali ed educative, che derivano dal lassismo e dalla tolleranza nei casi di bullismo, di indisciplina grave, di violenza.

Naturalmente, nel caso degli adulti condannati, “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono ricorrere a trattamenti crudeli e disumani. (…) Le pene e la loro esecuzione non possono essere lesive della dignità umana.” (art. 27 della Costituzione italiana).

E naturalmente, nel caso di ragazzi, a scuola – parafrasando –  i provvedimenti disciplinari devono tendere alla rieducazione dell’alunno ed essere rispettosi della sua dignità.

Detto questo, ecco qualche mia considerazione, che spiega ed è conseguenza di ciò che ho scritto sopra. E ricordo che mi riferisco a ragazzi (diciamo dalla prima media in su) che non hanno problemi psichiatrici.

  1. Chi sbaglia deve assolutamente rispondere dei suoi errori: cioè deve subire le conseguenze del comportamento che ha scelto di tenere, e che ha provocato dei danni o del male. Vale anche per piccole mancanze, ma è indispensabile per mancanze gravi. Se si perdona un comportamento molto scorretto (o se lo si punisce in modo lieve) si insegna solo un concetto: in fondo non hai fatto nulla di grave. Puoi rifarlo quando vuoi.

Quanto possa essere deleteria la scelta educativa di “scusare”, di “perdonare” – e intendo sia a casa che a scuola – è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.

  1. Assolutamente da interrompere è l’assurda pratica della “sospensione con obbligo di frequenza”: ma che cosa significa? Il ragazzo che rende la vita impossibile a tutti perché per esempio si annoia e si diverte a fare del male ai compagni, viene sospeso cinque giorni “con obbligo di frequenza”? E quindi? Dove sta la punizione? Viene a scuola e lo ignoriamo tutti? Non lo interroghiamo? Se prende in giro i compagni, o ride o lancia un astuccio dalla finestra che cosa si fa? Lo sospendiamo nel giorno in cui è già sospeso? Lo sospendiamo al quadrato? Ma ha senso? La sospensione significa “ti sei comportato talmente male che la scuola per questo giorno ‘non ti fa entrare’, proprio per segnalarti il fatto che l’hai fatta grossa”. Se lo faccio venire a scuola (“con obbligo di frequenza”) che cosa significa? Che cosa gli si insegna? Nulla. Gli si insegna che lo può tranquillamente rifare. E si insegna la stessa cosa anche a tutti i compagni. Bisogna chiedersi che cosa pensano gli alunni che hanno visto un compagno dare un pugno all’insegnante quando assistono a mini-provvedimenti o addirittura  al “perdono”. Forse quattro grasse risate alle spalle di un compagno o di un insegnante valgono bene qualche giorno di “sospensione con obbligo di frequenza”.
  2. Degli alunni lanciano oggetti all’insegnante. O tirano fuori un coltello e sfregiano un insegnante. O gli danno una testata. O lo legano alla sedia e lo deridono e lo spintonano. O lo insultano. O lo picchiano. Devono essere puniti, senza neanche pensarci un attimo. Devono imparare che nella società chi sbaglia paga (o dovrebbe pagare). Devono essere trattati con dignità e con rispetto, e cioè come ragazzi pensanti e non come imbecilli che non sanno quello che fanno. Nel momento in cui si dice di loro che “sono ragazzi”, che quello che hanno fatto sembra grave, ma in realtà è solo una ragazzata, e che loro sono solo dei ragazzi che non si rendono conto, anche se hanno quindici, sedici, diciassette anni (l’anno dopo voteranno!), li offendiamo, considerandoli dei poveri incapaci di pensare. Ma scherziamo? Che educatori siamo? Che cosa devono fare perché decidiamo di punirli severamente? Ci hanno già sputato in faccia, mandato all’ospedale in vari modi, dato pugni, rotto costole, lanciato astucci, libri, zaini; ci hanno filmati e messi su internet per deriderci, ci hanno sbeffeggiati, minacciati, offesi, maledetti. E lo stesso hanno fatto i loro genitori. Che cosa devono fare perché la sospensione o l’esclusione dagli scrutini finali o la non ammissione all’esame di stato in certi casi siano automatici? Se un ragazzo per esempio di diciassette anni non sa a quell’età che non può picchiare un insegnante (o bullizzare un compagno, ecc.) è così grave se il provvedimento disciplinare comporta la bocciatura? Quel ragazzo ha già ben altri problemi. Potrebbe addirittura avere senso (lo so, è assurdo, ma lo voglio dire lo stesso) perfino rimandarlo indietro di qualche anno, se si facessero le cose davvero per il suo bene.

Genitori, dirigenti e insegnanti (magari addirittura proprio le vittime dei ragazzi) che “non sporgono denuncia”, che “perdonano”, perché “i ragazzi hanno chiesto scusa” non sono educatori. Non mirano a insegnare a vivere. Non educano. Scelgono di non agire per paura di grane, o per non riconoscere di non essere stati capaci di educare (e questo vale soprattutto per i genitori). Se un ragazzo di terza media o di terza liceo tiene comportamenti violenti, se non ha alcun rispetto per niente o per nessuno questa è la prova che molte cose non hanno funzionato. Prima di tutto in famiglia, e poi nella Scuola, dalle elementari in su. Non è colpa del ragazzo, in fondo (lo dico sempre), ma deve vedere che qualcosa succede, che non la passa liscia e che viene punito. Non può assolutamente vedere che ha dato un pugno o una coltellata alla professoressa e non gli succede nulla. A diciotto anni o più avanti si comporterà così e allora la Legge – di colpo – lo punirà. E rimarrà sorpreso. Ma come? Nessuno glielo aveva spiegato bene prima quello che succede a fare del male (se non hai tanti avvocati alle tue dipendenze).

Pensiamoci tutti, e pensiamoci per tempo, prima di “perdonare perché sono solo ragazzi”. Pensiamoci bene a quanto sono ridicole le scuse (fatte per convenienza, su suggerimento degli avvocati e della famiglia) di chi ti ha dato una coltellata, o di chi ti ha messo in mezzo alla classe come una marionetta e ti ha deriso e dato spintoni senza che nessuno muovesse un dito. Anzi, di fronte a tanti altri alunni che ridono con il cellulare alzato per immortalare il divertente evento.

Ricordate: non è il dirigente e non sono i colleghi che devono decidere al posto vostro se è il caso di sporgere denuncia o no. Voi non siete solo insegnanti: siete privati cittadini, prima di essere insegnanti. E a scuola siete anche pubblici ufficiali, non dimenticatelo. Il pugno lo hanno dato a voi, privato cittadino, insegnante e pubblico ufficiale, e siete voi che dovete sporgere denuncia. Temete di rovinarlo? A quell’età è già rovinato, se non impara a rispettare le leggi. A scuola saranno gli organismi preposti a decidere quale provvedimento disciplinare sia migliore. Ma non dovete tollerare che vi venga fatto del male. Neanche se si tratta di un stretta a un braccio. Un po’ come succede se siete voi che prendete a male parole o per un braccio un alunno. Avete presente quello che accade (genitori, denunce, articoli su giornali cartacei e online, ecc.) se perdete il controllo e mancate di rispetto a un alunno? Qualcuno vi scusa o vi perdona, forse? No. Ed è giustissimo così.

Cari colleghi che perdonate, che scusate, che giustificate e che “porgete l’altra guancia”, lo so, si soffre moltissimo quando i ragazzi ci fanno del male, perché noi ce la mettiamo tutta e cerchiamo sempre di agire per il loro bene.

Ma se vogliano fare davvero “il loro bene” dobbiamo superare il nostro dispiacere e insegnare loro che ci sono dei limiti che non si possono oltrepassare. Che cosa credete di fare, perdonando chi vi ha fatto del male? Credete di essere buoni? Sono adolescenti, non bambini piccoli! Se a quella età non hanno ancora imparato che non si può fare del male, e che non è divertente umiliare, credete di aiutarli a capirlo perdonandoli? Se porgete l’altra guancia, guardate che prenderete solo un secondo pugno, più forte! Evitate di cadere nel patetico dando addirittura la colpa a voi stessi. “Non ho saputo capirlo”, “Non ho saputo farmi rispettare”: ma via! Non esageriamo! Potrete avere anche sbagliato qualcosa (anche perché siete umani, e avete una classe numerosa con cento problemi), ma prima di voi, se quei ragazzi si comportano così, hanno sbagliato tanti altri, fuori dalla scuola. Non siamo noi ad avere fallito. È la società intera che sta facendo del male ai bambini e ai ragazzi, giorno dopo giorno.  Ho scritto 300 pagine su questo.  Provate a leggerle.

Se vogliamo aiutarli davvero dobbiamo punirli quando sbagliano, perché solo così potremo cercare di insegnare loro che esistono dei limiti e che devono rispettarli. E questo potrà salvarli nella loro vita da adulti.

 

Ci sono cose che tutti vorrebbero dire.

E ci sono cose che vanno dette. 

 

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