Se gli alunni a scuola non sono al sicuro, di chi è la colpa? Forse dei genitori? 2

Idee e riflessioni
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Sintesi del precedente articolo, che vi invito a leggere prima di cominciare questo: abbiamo detto migliaia di volte che il personale è troppo poco, e che in queste condizioni i bambini e i ragazzi non sono al sicuro. Nessuno ci ha ascoltato.

Negli anni, tutti i governi hanno parlato di quanto è importante la Scuola, di quanto è essenziale investire nella Scuola, e il risultato è sempre stato una nuova serie di tagli, camuffati da cambiamenti epocali.

E dato che lo Stato non capisce, perché gli insegnanti sono abituati a lavorare e tacere, soprattutto per il bene dei loro alunni, allora bisogna farglielo capire. E farlo capire bene anche ai genitori e a tutti gli altri. Come? Ecco la soluzione: noi insegnanti, ribelliamoci. E speriamo che i genitori, se spieghiamo bene le cose, si facciano un esame di coscienza e si uniscano alla ribellione.

Propongo queste due fasi:

  1. diciamo bene come stanno le cose (io lo faccio con questo articolo, rivolto principalmente ai genitori);
  2. smettiamo di tappare le falle provocate o ignorate dallo Stato (nel prossimo articolo).

Mi rivolgo principalmente ai genitori (leggete tutto, prima di offendervi, anche perché descrivo un certo tipo di genitore, che magari è madre o padre del compagno di banco del vostro bambino).

Una delle tante volte in cui sono rimasta a bocca aperta per il comportamento di certi genitori è stata questa: due mamme, ognuna con il suo bambino di circa 7 anni. I due bambini cominciano a scherzare e in poco tempo passano alle mani. Uno sferra un pugno all’altro e gli scheggia un dente. La mamma dello “scheggiato”, naturalmente, corre a soccorrere il suo bambino sanguinante. L’altra si fionda sul suo piccolo, che iniziava a piagnucolare, e gli dice “Non ti preoccupare, tesoro. Non è successo niente!”. Ma come “non è successo niente?”.

Un altro episodio, che ho già citato nel mio primo libro perché sbalorditivo: a Carrara c’è una piazza chiusa al traffico, dove c’è un palco della musica circondato da un muretto, chiuso ai lati da una inferriata artistica, il tutto alto circa due metri e mezzo. Un bambino di circa 7/8 anni si arrampica sul muretto e comincia a scalare l’inferriata. Un anziano che lo stava osservando gli dice “Attento, bello, che puoi cadere!”. Arriva la mamma, fa scendere il bimbo, prende per mano il bambino, e si rivolge all’anziano “Tu, fatti i cazzi tuoi”.

Questo è recentissimo: sera d’estate. Una piazzetta con tanti tavoli pieni di gente che prendeva un aperitivo. Dei ragazzini di 8/10 anni giocavano a lanciarsi una bottiglietta piena d’acqua che spesso e volentieri finiva rumorosamente a terra o contro un cartellone. Erano proprio vicini al mio tavolo e io, che ero tesa per la paura di ricevere la bottiglietta in faccia (per non parlare delle urla e del rumore) mi alzo, vado da loro e dico “Ragazzi, non potete stare vicino ai tavoli a fare questo gioco. Potete rompere il vetro della finestra dietro o colpire qualcuno dei tavoli del bar. Andate un po’ più in là”. Arriva il padre di uno di loro. “Scusi lei chi è? Che cosa vuole? Non sono affari suoi. Vada a farsi gli affari suoi. I bambini giocano dove vogliono.”

Ecco. Di episodi come questi ne potremmo raccontare tutti a migliaia. Dunque: che cosa insegnano questi genitori ai bambini? Insegnano i concetti “Tu fai quello che vuoi e nessuno può dirti niente”. “Se fai del male a qualcuno non ti dispiacere, non è colpa tua.” “La tua volontà è legge e vale esattamente quanto quella dei tuoi genitori, degli insegnanti e di tutti gli adulti”.

Poi ci sono quelli ai quali i genitori chiedono il permesso su tutto: te la faccio la carne? Ti compero queste caramelle o queste? Vuoi gli spaghetti o le penne? Il risotto o le lasagne? Vuoi che andiamo in vacanza al mare o in montagna?

Poi ci sono quelli che lasciano che i bambini tocchino tutto, aprano tutti i cassetti e prendano tutto: nei negozi, nei supermercati, a casa propria, a casa di amici, nell’ambulatorio del pediatra, nei ristoranti e nelle pizzerie.

Poi ci sono quelli che se un ragazzino rompe una macchinina lanciandola contro il muro gliela ricomperano subito; o quelli che se un bambino fa i capricci perché vuole un gioco che vede in mano a un altro bambino, corrono a comperargliene uno uguale.

Ci sono quelli che pensano che sia giustissimo che un bambino sia libero di fare tutto quello che più gli aggrada, senza curarsi degli altri: urlare, correre, spostare sedie, salirci sopra, lanciare oggetti,  schizzare l’acqua per gioco, fare palline di pane da lanciare a mensa,  aprire finestre, sportelli cassetti, ecc.

Ci sono quelli che abituano i bambini (con l’esempio!) a “mandare affanculo” o a dire “coglione” o “che cazzo vuoi?” (cito espressioni sentite spesso), convinti che siano le prove della spontaneità della fanciullezza innocente, o semplicemente “modi coloriti” che non fanno male a nessuno.

Anche questi bambini e ragazzini male educati frequentano le scuole.  Immaginate che di bambini male educati ce ne siano 15 o 20 in una classe di 28. Il vostro com’è?

Adesso ditemi (mi rivolgo a quelli che educano male, naturalmente, che oggi sono un buon numero): con quale coraggio accusate gli insegnanti di non aver controllato, se vostro figlio si fa male? Come si fa a controllare bambini che picchiano, che spingono il compagno mentre è in fila per la scale, che insultano tutti, che lanciano oggetti, che scherzano con penne e righelli, che si alzano, che salgono sulle sedie o sui banchi, che prendono tutto quello che vogliono senza che nessuno abbia mai insegnato le semplicissime espressioni “non toccare quello che non è tuo”, “chiedi il permesso”, “non rispondere male”, “devi rispettare le regole”, “non puoi fare quello che vuoi”, “non si lanciano gli oggetti”, “non salire sulla sedia”, “stai attento a non fare del male agli altri”? E soprattutto la completamente dimenticata raccomandazione del mattino “ubbidisci all’insegnante”, frase che è alla base del lavoro che si svolge in una classe (studiare, rispettare i turni, gli altri, gli oggetti, gli spazi, ecc.). “Ubbidire” non significa “esegui i capricci di quello che comanda”, ma “rispetta le regole” e “fidati dell’insegnante”.

Il rispetto delle regole è alla base del vivere civile. E – tra l’altro – è essenziale ai bambini per crescere in modo sereno ed equilibrato: vivere nel caos non rende più felici ma più confusi, più nervosi e più esposti al pericolo.

Quindi, ecco che cosa potete fare voi genitori: rendetevi conto di come sono educati i bambini, soprattutto i vostri. Chiedetevi se e quanto è facile o possibile gestire e controllare dei bambini educati a fare quello che vogliono.

Poi organizzate una festa con 28 bambini in un luogo ristretto come una classe, o lungo come un corridoio di 50 metri, e controllateli tutti da soli. Dite ai genitori che li controllerete tutti a vista per 5 ore e garantite per iscritto della loro incolumità. Fatelo per qualche giorno. Credo che se non basta quello che scrivo (leggete anche il mio “Maleducati o educati male?”, se volete approfondire il discorso) la prova pratica vi convincerà. E dovete trovare come fare per controllarli tutti, compresi quelli che vanno in bagno. No, non potete lasciarli soli se volete andare in bagno voi.

E che cosa possono fare gli insegnanti? Lo scriverò nel prossimo articolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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