“Insegno matematica: conviene che io dica ai miei alunni che sono discalculica?”

Lettere e risposte
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Patrizia mi scrive:

“Salve, da tempo mi sono accorta di essere discalculica, di esserlo sempre stata fin da bambina. Alle elementari avevo dei problemi in matematica, e la mia storia è stata molto singolare. Infatti un po’ per questo motivo, un po’ perché avevo grande facilità nello scrivere, i miei genitori (ho 61 anni, e all’epoca non c’erano tante attenzioni alle vere inclinazioni dei figli), mi indussero ad iscrivermi al liceo classico. Io non sono mai stata portata per le materie umanistiche: al contrario, nonostante le mie difficoltà in matematica, i miei interessi erano rivolti senza dubbio al campo scientifico. Infatti, all’università ho scelto Scienze Biologiche e adesso faccio l’insegnante di matematica. Non ho incontrato problemi a studiare la matematica quella vera, a risolvere equazioni e ad imparare dimostrazioni e procedimenti, io avevo (ed ho tuttora), solo problemi nel calcolo mentale. Insegno da 38 anni, e posso dire di averlo fatto sempre con competenza, riuscendo sempre a preparare i miei alunni in maniera adeguata anche per affrontare il liceo scientifico. Tuttavia, quando mi trovo davanti a un’operazione da svolgere a mente, sono sempre in difficoltà. Ora vengo al dunque: la discalculia è un disturbo dell’apprendimento che ora viene riconosciuto, e mi permetto di affermare che spesso viene sopravvalutato. Alunni e genitori pensano che questo sia una giustificazione allo scarso rendimento nella materia, cosa che non è assolutamente vera, perché l’uso della calcolatrice annulla completamente la difficoltà e dovrebbe permettere all’alunno discalculico di raggiungere perfettamente tutte le altre competenze.

Spesso mi chiedo se sia il caso di confessare che io stessa ho questo problema. Mi aiuterebbe a non entrare in imbarazzo quando sono così lenta ed insicura nello svolgere un calcolo alla lavagna, e contemporaneamente sarebbe una dimostrazione che il problema non preclude nel modo più assoluto un buon rendimento in matematica, dando fiducia al ragazzo e togliendogli anche l’alibi fornito dalla sua diagnosi.

Tuttavia, temo che questo in qualche modo sminuisca la mia competenza agli occhi di chi, non molto aperto e informato sulla vera sostanza dell’insegnamento, potrebbe pensare che io sia inadeguata come insegnante di matematica. Il consiglio che chiedo è proprio questo: quando dovesse capitare l’occasione, o a un colloqui con i genitori durante un PDP, o in classe quando un ragazzo mostra qualche difficoltà e se ne sente penalizzato, o in qualche altra occasione in cui sarebbe possibile affrontare questo argomento, è opportuno che io confessi, molto sinceramente, che io stessa soffro ed ho sempre sofferto della stessa difficoltà? O non è controproducente per la mia immagine?”

Cara Patrizia, certo che devi dirlo ai tuoi alunni! Naturalmente dovrai prima spiegare loro che cosa significano parole come “disturbi dell’apprendimento” e, in particolare, “discalculia”. Preciserai che i disturbi dell’apprendimento non hanno nulla a che fare con l’intelligenza, tanto è vero che ci sono scienziati e letterati che avevano questi disturbi e sono arrivati ai più alti livelli del sapere. Ovviamente, la tua lezione dovrà essere interessante, e per questo – se non lo hai già fatto- ti consiglio di prepararti tanti aneddoti su personaggi famosi che loro conoscono, per posi svelare che avevano disturbi di apprendimento. Trovo chiaro questo sito.
Potresti infine chiedere se conoscono Bill Gates e Leonardo da Vinci, e fare spiegare a qualcuno di loro perché sono famosi. E solo dopo dire “Ci credereste che erano discalculici?”. Infine dirai che una persona discalculica può addirittura studiare materie scientifiche e insegnare matematica. “Per esempio, io sono discalculica. E questo ve lo dico perché impariate che nella vita si possono fare anche le cose più difficili. La maggior parte delle persone – se ha un disturbo o un problema fisico – scarta subito un mucchio di possibilità. Invece io vi insegno che con la buona volontà si possono fare cose anche molto difficili”.
Qualcosa così, insomma. Fammi sapere.

 

 

 

 

 

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