L’aria del ciberspazio è diventata irrespirabile.

Idee e riflessioni
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Fotogramma del film “Gravity”., di Alfonso Cuarón

Ho vissuto gli anni più belli della Rete.  Con internet abbiamo scoperto che il mondo non era quello dei chilometri quadrati che avevamo la possibilità di raggiungere fisicamente, ma uno spazio enorme, pieno di vita, di persone, di altre idee, di altri modi di vivere, e abbiamo sperimentato un ottimismo che non so se riusciremo a provare di nuovo nel giro di questa vita. Si navigava nel ciberspazio come su un oceano dalle acque limpide e ricchissimo di pesci. La Rete prendeva questi pesci e noi ce ne cibavamo.

Questo meraviglioso oceano pieno di pesci lucenti adesso non c’è più. O meglio, c’è, ma è inquinato in modo credo irrimediabile.

Siamo noi – adesso – i pesci impigliati in una rete che evidentemente qualcuno sta tenendo in mano. Siamo noi adesso i pesci che soffocano nel mare inquinato. Abbiamo la pancia piena di microplastica, di sostanze tossiche, di sacchetti, di mozziconi di sigarette, di tappi, di petrolio. Non possiamo più uscire ormai da questo mare. E non riusciamo a starci senza sentirci soffocare. Il mare è diventato una fogna. E internet anche.

È una cosa terribile. Non ce ne siamo neanche accorti. E non si vede come si possa tornare indietro a quello spazio pulito.

Chi naviga solo da poco in internet e chi frequenta i social può pensare che sia normale così: litigare, odiare, bullizzare, minacciare, deridere.

Ma noi no. Quelli che hanno navigato su internet un paio di decenni fa sanno che non è vero che il mare di internet sia sempre stato così vergognosamente inquinato.

Ecco, vi invito a guardare bene che cosa sta accadendo nel ciberspazio: in internet e sui social. Lo so che lo dite sempre anche voi che non se ne può più, che la gente urla, offende, insulta. Ma fatevi delle domande.

Ma come è accaduto? Una delle più belle conquiste dell’umanità, quella che ha permesso a buona parte degli esseri umani della Terra di interagire,  di leggere notizie, di imparare cose nuove, di condividere video, immagini,  musica, ma anche le proprie sofferenze, la paura delle malattie gravi o rare, l’imbarazzo di certi problemi è diventata una rete nella quale siamo stati intrappolati senza sapere bene da chi e perché, o addirittura nella quale ci siamo imbrigliati da soli, dimenandoci in modo incontrollato e incauto.

Io mi sono data delle risposte, ma sto ancora cercando di capire di più, perché non sono una etologa, né una sociologa. Sono soltanto una persona riflessiva e una buona osservatrice e non ho soluzioni, purtroppo e offro solo quello che ho: osservazioni e riflessioni.

Ma che cosa è successo, dunque? Piano piano, l’uso del computer e di internet si è diffuso, anche grazie al cellulare. E diffondendosi a tutti i livelli sociali e culturali, e a tutte le età, ha messo in contatto persone con un certo grado di cultura (capaci di dialogare civilmente, desiderose di imparare ma anche di condividere il loro sapere, e di entrare in contatto con altri esseri umani per migliorare la propria e l’altrui vita) con persone ignoranti, o incivili, o violente o addirittura psicopatiche (senza titoli di studio, ma anche laureate).

In internet ci sono proprio tutti. Pensateci. Anche gli spacciatori di droga, i ladri, gli assassini, i truffatori, che vivono in un mondo che non è quello delle persone civili, e sui social trasferiscono la loro disonestà; i violenti, gli stalker, gli stupratori, gli omofobi, i razzisti, che sputano tutta la violenza che hanno in corpo anche online; gli arrivisti, gli imprenditori e i politici disonesti, che per i loro interessi manovrano senza scrupoli i creduloni; le persone maltrattate o emarginate da tutti perché noiose, o incapaci o insignificanti, che cercano – almeno in rete- di sentirsi qualcuno e scelgono di diventare leoni da tastiera e aggrediscono e odiano per rivalsa,  per far pagare a qualcuno la loro infelicità; e le persone vittime di violenza, che frequentano Facebook per sfogare tutta la loro rabbia contro il mondo e non si accorgono di diventare come i loro carnefici.

Ma soprattutto, su internet, ci sono anche le persone ignoranti, che – secondo quello che si vede ovunque e ogni giorno – sono molto più numerose di quelle che sono state educate al rispetto e ai Valori. E – voglio precisarlo – con “ignoranti” non intendo necessariamente le persone che non hanno studiato (perché conosco persone laureate che sono più ignoranti di altre che hanno in mano  solo il diploma di terza media), ma quelle che non si sono mai poste una domanda, che non hanno mai cercato dei Valori in cui credere, neanche quelli basilari del rispetto, dell’onestà, che non hanno mai avuto una curiosità scientifica, o linguistica, o esistenziale. Sono totalmente ignoranti, perché non hanno mai aperto un libro per leggerlo, non hanno mai cercato di mettere in discussione il loro comportamento e le loro conoscenze. Si sentono sempre nel giusto, perché sono totalmente e irreparabilmente inconsapevoli della loro ignoranza, della loro maleducazione, della mancanza nella loro vita di ogni minimo senso di correttezza, di umanità, di sensibilità, di empatia. Sono persone volgari, violente nelle azioni, nelle parole e perfino negli sguardi. O sono persone poco intelligenti o proprio stupide (anche se laureate). Inquinanti.

Molti sono incapaci anche di scrivere in un italiano appena appena corretto, e incapaci di leggere quello che commentano, perché capiscono un terzo delle parole, non si raccapezzano in frasi con più di una subordinata; non sono in grado di capire i riferimenti a fatti, concetti, scrittori, scienziati, filosofi, libri che non conoscono e non hanno mai studiato, e quindi rispondono a istinto, sentendosi aggrediti già a livello linguistico da chi ha scritto qualcosa di troppo difficile per loro, nello stesso modo in cui aggrediscono chi li insulta nella vita di ogni giorno. Sono analfabeti funzionali

Faccio mie le parole di un grande giornalista:

“Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce).”  Mimmo Cándito 10/01/2017

Non è affatto un titolo sparato, per impressionare; anzi, è un titolo riduttivo rispetto alla realtà, che avvicina la cifra autentica all’80 per cento. E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”. 

Quel è questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono incapaci! La (relativa) complessità della realtà gli sfugge, colgono soltanto barlumi, segni netti ma semplici, lampi di parole e di significati privi tuttavia di organizzazione logica, razionale, riflessiva. Non sono certamente analfabeti “strumentali”, bene o male sanno leggere anch’essi e – più o meno – sanno tuttora far di conto (comunque c’è un 5 per cento della popolazione italiana che ancora oggi è analfabeta strutturale, “incapace di decifrare qualsivoglia lettera o cifra”); ma essi sono analfabeti “funzionali”, si trovano cioè in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà. Hanno perduto la funzione del comprendere, e spesso – quasi sempre – non se ne rendono nemmeno conto (il resto qui). 

Questi “analfabeti funzionali”, che non capiscono quello che leggono, che non sanno, che sono impreparati al dialogo costruttivo, pretendono di intervenire senza farsi problemi per le loro competenze assenti, e quando hanno in mano una tastiera pensano di avere il diritto di controbattere con stupidaggini inenarrabili i ragionamenti di persone esperte in materia (vaccini, economia, finanza, scuola, medicine, ecc. ), convinti che sia giusta l’affermazione “la mia opinione vale quanto la tua”, di qualunque argomento si tratti. E convinti che la legalità sia solo un optional e quindi non temono di fare affermazioni perseguibili per legge (diffamazione, minacce, insulti, stalking, ecc.). Oppure non conoscono né la Costituzione né le leggi.

Hanno invaso ogni angolo di internet dove sia attiva la funzione “commenta”, soprattutto sui social.  Ognuno può intervenire ovunque e divertirsi a distruggere ogni tentativo di scambio di opinione. Tutti ma proprio tutti  (compresi alcuni politici che ci immergono in una perenne campagna elettorale, spesso con l’uso disinvolto e disonesto di dirette facebook menzognere e di fake news) possono postare qualsiasi cosa – falsa, oscena, violenta, illegale, pericolosa – senza che nessuno possa  (o voglia?) fermarli. 

Gente che conosce solo il lavoro manuale (rispettabilissimo, si capisce, ma diverso, quando si tratta di dibattere a suon di ragionamenti), che non ha mai studiato una pagina, che non si è mai arrovellata su un problema di matematica o di fisica, che non ha mai passato le notti a studiare, a preparare relazioni o progetti da discutere all’università, paragona il suo lavoro a quelli dei quali non ha alcuna esperienza (primo fra tutti il lavoro degli insegnanti) dando per scontato che il portare secchi di calce, o il servire ai tavoli, o il guidare il camion o il lavoro in fabbrica sia l’unico tipo di lavoro che conta, perché fa sudare, mentre il lavoro intellettuale (pensare, decidere, trovare soluzioni, organizzare, ecc.) non serva a nulla, e sia di tutto riposo perché non vedono sudore.

Gli ignoranti esprimono il loro parere sostenendo a gran voce, e soprattutto a parolacce e insulti il “diritto di parola”. Ma non è ora di dire “Ma stai zitto che non sai neanche che cosa significa ‘diritto di parola!”? Invece non si può dire, perché altrimenti sei contro la libertà di parola. Ma quale libertà ci può essere negli insulti o nelle stupidaggini?Oppure ti viene detto che non sei politicamente corretto. E perché mai? “politicamente scorretto” significa “che non si attiene a principi di oggettività e correttezza dal punto di vista politico, e che non tiene conto delle libertà di gruppi sociali meno forti”. E che cosa c’entra? Gli ignoranti, i disonesti, gli aggressivi e i maleducati sono “classi sociali meno forti”? No, perché li troviamo in tutte le classi sociali, anche in quelle piene di laureati.

La confusione regna sovrana, e chi vuole discutere, o chiacchierare pacificamente si trova a dover combattere per farlo, a perdere tempo ed energie a parare colpi, a difendersi, a rigettare fake news e bufale a tonnellate. O se ne va, e lascia questa invenzione meravigliosa in mano ai trogloditi.

L’aria del ciberspazio, prima così bella e carica di ottimismo, adesso è diventata opprimente, irrespirabile.

Dunque, mi si potrà dire: ma allora chi ignora, chi non conosce cose che chi ha studiato e chi ha riflettuto  invece conosce, (anche senza avere un titolo di studio superioredeve tacere? Non deve usare internet o frequentare i social?

Non ho una risposta, purtroppo, ed è per questo che una delle prime frasi che ho scritto è “non si vede come si possa tornare indietro a quello spazio pulito”.

Però, questo articolo continuerà, perché mi sono stancata di tacere e di subire.

Continua…

Leggete anche: 

L’aria che tirava nel ciberspazio vent’anni fa.

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