Ma è giusto educare ai nostri valori gli alunni di altre culture?

"Lezioni" e lezioni Idee e riflessioni
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Da quando i primi alunni stranieri ( direi che sono ormai quasi vent’anni) sono entrati nelle classi fino a diventare una presenza importante, mi sono posta sempre queste domande: come devo comportarmi con loro? Che cosa devo insegnare? Che cosa devo imparare della loro cultura, per evitare di farli sentire diversi? Che cosa posso fare per farli stare bene in classe, per farli sentire alunni come tutti gli altri? Come posso insegnare agli alunni italiani a rispettare i compagni di altre culture?  Come posso rispettare la loro cultura diversa?  E soprattutto: che cosa devo fare quando la loro cultura cozza contro la mia, contro la nostra?

Era una cosa nuova – allora – e non è stato facile per me abituarmi: imparare nomi e cognomi che riuscivo a malapena a pronunciare, per esempio. Perché mi sembrò subito chiaro che fosse segno di rispetto chiamarli esattamente con il loro nome e cognome, invece che chiamare tutti Mohamed o italianizzare o banalizzare i loro nomi, come facevano tante persone nelle piazze italiane, considerandoli e facendoli sentire – di fatto –  inferiori. Sapevo che a me non sarebbe piaciuto che qualcuno mi cambiasse nome, senza sforzarsi di imparare il mio. E vedevo che molta gente li chiamava “vu cumprà”, o “Abdul”, come se non avessero diritto neanche di avere un nome. 

Ho dovuto imparare a tenere conto che non tutti gli alunni – da quel momento – conoscevano il significato di parole come “cresima” o “malinconia” o “stracciatella” o “Cappuccetto Rosso”.

Ho dovuto imparare a tenere conto del fatto che c’erano in classe parecchi ragazzi che vivevano in famiglie che insegnavano loro – molto apertamente – a diffidare dei compagni stranieri o addirittura a evitarli?

Sono passati molti anni, da allora, e le cose si sono complicate molto, e sono emersi problemi legati alla convivenza fra culture e mentalità diverse.

Credo che per sciogliere tutti i nodi che sono emersi soprattutto negli ultimi dieci anni sia necessario – come accade per tutti i problemi- riflettere bene, prima di parlare e di esprimere opinioni.

Questo articolo è solo un sasso lanciato nello stagno, una proposta di riflessione. Non suggerisco delle risposte, perché tutte quelle che mi sono data sono permeate di dubbi. Chiedo a voi di offrirmi le vostre opinioni o i vostri interrogativi e dubbi. *

Butto nel cappello queste domande – che secondo me sono alcune di quelle che dovremmo porci tutti prima di ogni presa di posizione sull’argomento “immigrazione”, nella società e nelle scuole –  e vediamo che cosa ne esce.

Per gli insegnanti: questa è anche una utilissima “Lezione” che potete proporre ai ragazzi. Contro l’intolleranza, contro il bullismo, contro la xenofobia. E per commentare certe tragiche e sconvolgenti notizie di cronaca che devono assolutamente essere spiegate ai ragazzi fornendo loro delle coordinate per capirle, almeno un po’. 

  • Chi decide di stabilirsi in Italia deve vivere secondo la mentalità italiana o è giusto che mantenga la sua? E, qualunque sia la risposta, riuscite a spiegare il perché?
  • Ci sono Valori giusti e Valori sbagliati?
  • Ci sono mentalità giuste e mentalità sbagliate? E se ci sono, chi stabilisce qual è la mentalità più giusta?
  • Chi si stabilisce in Italia (o -beninteso- in qualsiasi altro Paese) deve rispettare le leggi di quello Stato o è giustificato quando le trasgredisce se sono in contrasto con la sua mentalità?
  • Nel nostro caso, gli stranieri dovrebbero rispettare tutte le leggi perché sono stranieri  (anche quelle che gli italiani trasgrediscono continuamente) ?
  • Anche chi proviene da Paesi che hanno una mentalità fortemente diversa quella italiana, deve dimenticare le sue idee se vuole vivere qui?
  • Potreste, voi che leggete – se vi trasferiste per necessità in quei Paesi- dimenticare le vostre idee (per esempio l’idea che uomo e donna devono avere pari dignità e opportunità, o l’idea che i bambini non si legano alla catena per punizione) e adeguarvi alle loro?
  • Qualcuno dice che gli italiani dovrebbero riservare a chi è straniero lo stesso trattamento (anche contrario al senso di umanità) che loro riserverebbero a noi se andassimo a vivere nel loro Paese. Siete d’accordo?
  • Qualcun altro dice che per concedere la cittadinanza italiana sarebbe giusto – tra gli altri obblighi- richiedere una buona conoscenza dell’italiano e della storia italiana. Siete d’accordo (anche se molti italiani non sono preparati né sull’uno né sull’altra)?
  • Abbiamo ben chiari i motivi per i quali le nostre convinzioni sono giuste e quelle degli altri sono sbagliate e non sono solo diverse? (Per esempio sulla monogamia, sulla parità uomo-donna, ecc.)

Chiedo a voi di farvi queste domande: in quale misura si può insegnare ed educare senza modificare la mentalità di chi ha una cultura diversa?  e se non possiamo fare altrimenti, siamo proprio sicuri che sia giusto educare ai nostri valori chi ha valori profondamente diversi per ragioni religiose, storiche, politiche? Per esempio, insegnare la parità uomo/donna a chi è per tradizione convinto che l’uomo sia superiore alla donna, o insegnare che è sbagliato che una donna non possa sposare un italiano perché deve sposare il marito che la famiglia ha scelto per lei? O educare alla non violenza a chi considera che  la donna che “disonora” la famiglia deve essere punita con la violenza, addirittura fino all’omicidio? O insegnare che non si ruba a chi invece pratica il furto come se fosse un lavoro come gli altri? 

Se ci fossero le prove che i nostri valori sono giusti e quelli della famiglia del nostro alunno straniero fossero sbagliate, ritenete che sia giusto – che lo si faccia di proposito o no – cambiare la sua idea del mondo sapendo che poi tornerà nella sua famiglia, dove potrà non essere più accettato o potrà essere punito, rifiutato o ucciso?

Se anche si può affermare che non è colpa degli insegnanti italiani se quei genitori mandano a scuola i loro figli pur sapendo che in Italia la mentalità e i valori sono diversi dai loro, quando capita che i genitori tengano segregati, picchino o uccidano le figlie o i figli “troppo occidentalizzati”, nel profondo del nostro cuore e della nostra mente, non si affaccia neanche un dubbio?

* Scegliete una o più domande e rispondete liberamente (ma ognuno per sé, senza fare riferimento alle risposte altrui, senza polemiche e offese, perché non intendo aprire un dibattito, che ognuno può sviluppare a casa o a scuola, in presenza).  Lascio aperta la possibilità di commentare e avverto che – come sempre- non pubblicherò commenti che con siano costruttivi e rispettosi delle idee degli altri (sia nella forma che nel contenuto).

Per chiarimenti su parole come “accoglienza”, “inclusione”, “integrazione”, ecc. rimando a questo Glossario.

 

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Comments (2)

  • Gli interrogativi che poni sono interessanti e complessi. I ragazzi stranieri provengono da realtà molto diverse tra loro e per fortuna loro e nostra le classi risultano un meltinpot in cui l’incontro e lo scambio tra culture avviene con naturalezza e reciprocità come bene sanno fare i ragazzi che condividono alcune ore della giornata insieme. Noi non possiamo non veicolare i valori fondativi della nostra storia che sono quelli della Rivoluzione Francese, della Costituzione, del ’68, delle lotte per i diritti. Ecco è questo il punto: i diritti. Una volta conquistati non si può tornare indietro e non si può barare affermando che si può star bene anche senza alcune libertà. Chi si trasferisce in un Paese che non è il proprio, Che sia rifugiato o migrante economico, cerca di migliorare la propria esistenza, anche sul piano dei diritti. Spesso ciò crea dei cortocircuiti nei ragazzi, divisi tra opprimenti famiglie tradizionaliste e il desiderio di emancipazione, di essere come gli altri coetanei. Forse noi insegnanti dovremmo dare più spesso voce a questi ragazzi affinché possano imparare a raccontarsi e dunque a capire come l’integrazione sia anche un po’ la perdita di qualcosa, di un’identità monolitica per guadagnare orizzonti inediti.

  • Rispondo con una riflessione sintetica per mancanza di tempo che comprende più domande che poni e che vanno giustamente molto nel dettaglio. Negli ultimi 25 anni della mia carriera ho avuto in classe ragazzi stranieri e ho cercato di organizzare la didattica in funzione del buon inserimento. Tutto sperimentale perché non c’è risposta quando hai ragazzi provenienti da più continenti quindi con più strutture mentali, linguistiche, comportamentali. Ho ricavato comunque queste convinzioni: devono imparare l’italiano e anche i genitori devono parlarlo perché altrimenti si confondono e non capiscono perché devono dare lo sforzo. Così vanno insegnate a tutti le regole di civile convivenza. Tra queste c’è il rispetto della libertà e della parità della donna, questione cruciale. E non è che questo sia chiaro e praticato dagli italiani. Quindi aver in classe degli stranieri è un’occasione anche per gli insegnanti per parlarne e impostare la didattica in tal senso.

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