Quello che provano gli insegnanti alla fine dell’anno scolastico.

Idee e riflessioni
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Quando le lezioni finiscono, l’ultimo giorno di scuola, gli insegnanti sono felicissimi. 

Naturalmente, anche se la gente comune non lo sa, gli insegnanti lavorano almeno tutto giugno; quelli delle superiori che sono impegnati negli esami vanno avanti anche a luglio e molti riprenderanno alla fine di agosto; e tutti saranno al lavoro il 1 settembre. Sono stanchi e sono felicissimi, dunque, perché sono terminate le lezioni. 

Eppure, in questi ultimi giorni di scuola le bacheche di molti insegnanti raccontano la commozione e il dispiacere che provano l’ultimo giorno di scuola, quando devono salutare i bambini e i ragazzi delle classi che hanno terminato un ciclo scolastico. Gli insegnanti amano i loro alunni. Altrimenti non potrebbero fare questo lavoro.

Suggerisco a tutti i genitori e a tutti quelli – estranei della scuola, che però vogliono giudicare gli insegnanti – di leggere bene quelle bacheche e di rendersi conto di quello che gli alunni rappresentano per noi.

Per gli insegnanti gli alunni sono molto importanti. Anche quelli che li fanno arrabbiare. Anzi, a volte anche di più, perché con i ragazzi difficili ogni piccola conquista costa moltissima fatica. E quando arriva l’ultimo giorno di scuola lo vivono un po’ con gioia, perché hanno raggiunto insieme un traguardo, e un po’ con tristezza e commozione. Ci sono insegnanti che piangono, l’ultimo giorno di scuola. Piangono insieme agli alunni.

Gioia e tristezza insieme: è il sentimento complesso che provano perché devono proprio lasciar andare i ragazzi per la loro strada, lasciarli camminare da soli verso l’avvenire. Credo che per chi insegna alle elementari questa tristezza ed emozione, mista all’orgoglio di vederli cresciuti, sia più forte, perché in cinque anni  hanno visto gli alunni che hanno conosciuto bambini piccoli diventare piano piano  ragazzini. Ma anche per gli insegnanti delle medie e delle superiori non è un momento facile. I ragazzi entrano nella tua vita e ogni anno ti sfiniscono, ma ti rigenerano, perché sono il futuro.

Io non mi sono mai abituata al senso di distacco che si prova quando sai che l’anno dopo quei ragazzi, quei tuoi alunni che ti hanno fatto preoccupare, arrabbiare, ridere, innervosire, stancare, stare in pena, quei ragazzi che ami anche se in certi momenti non riesci a sopportarli (e se tu non fossi capace di amarli nonostante tutto sarebbe un disastro) se ne andranno e non saranno più “i tuoi ragazzi” o “i tuoi bambini”. Li devi affidare a qualcun altro – che speri che sia bravissimo- e li devi proprio lasciare andare avanti, nella vita. Come devono fare i genitori con i figli.

E’ un vero e proprio distacco, perché dopo essere stata (o stato, naturalmente) con loro tutti i giorni, per nove mesi, per tre o per cinque anni, di colpo non li vedrai più; non potrai più insegnare loro quello che sai, e non saprai più – di molti di loro, e nonostante i media- come sarà la loro vita, se avrai insegnato quello che serviva per continuare il cammino, se avrai messo nella loro valigia per la vita tutto quello che serve. 

Ogni anno, quando avevo la terza, già dall’inizio del secondo quadrimestre cominciavo a sentire la loro mancanza. Li avevo ancora davanti ma sapevo che mi sarebbe mancato il nostro dialogo, le spiritosaggini di uno, gli occhi timidi di un’altra, gli scherzi, le risate che ci facevamo, e soprattutto l’entusiasmo che vedevo nei loro occhi quando facevamo insieme qualcosa di bello, o quando riuscivo a fare una bella lezione, una “Lezione” con la elle maiuscola, di quelle che non si dimenticano.

E mi mancavano anche all’inizio dell’anno successivo, perché non li ritrovavo dove di solito li vedevo, nei loro banchi, o a gruppetti in certi angoli, durante l’intervallo.  Finché altri ragazzini entravano nella mia vita di insegnante e la storia si ripeteva.

Ho sempre dedicato le ultime ore di lezione di ogni anno a dire ad ognuno che cosa pensavo di loro, che cosa prevedevo e speravo per loro, e che cosa avrebbero dovuto fare o evitare nel futuro. Lo facevo quasi con foga, perché volevo aiutarli ancora un po’, e sapevo che erano le ultime raccomandazioni che avevo la possibilità di fare prima di lasciarli. E mi sembrava sempre che avrei potuto insegnare loro anche questo e quest’altro, ma non avevo avuto tempo. Lasciavo loro una borsa di emergenza, insomma, quella che devi tenere sempre con te, dove c’è il minimo indispensabile per orientarsi nella vita, nel lavoro, nei rapporti con gli altri.

E tutti hanno sempre amato queste mie raccomandazioni finali, perché coglievano tutto quello che provavo per loro.

Ma questo lavoro è così: devi proprio lasciarli andare, i tuoi alunni. Perché tu, come insegnante, sei solo di passaggio: una guida per un tratto di strada. E tutti speriamo che – se siamo stati bravi – ci porteranno un po’ con loro, nella vita. Come loro rimarranno nella nostra. 

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