Ultimi giorni di scuola: la serietà non va in vacanza.

Lettere e risposte
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Anita mi scrive:

“Buongiorno, sono una professoressa di Lettere, quest’anno è il mio primo anno al biennio delle Superiori, con le mie classi ho sempre avuto un buon rapporto, ma ora ho un problema apparentemente banale, sotto il quale, a mio parere, si nasconde però un principio educativo, perché credo che, nel modo in cui si fa scuola, implicitamente si educa anche….

Oggi è il 27 maggio, nelle mie classi si sta impegnando solo chi ha voti “cattivi”, da recuperare, i “bravi” (più “le brave” a dire il vero) in alcuni casi vengono tenute a casa dai genitori, “tanto con i voti sono a posto”, dicono le mamme, alcuni colleghi le fanno uscire dall’aula, perché impiegano il tempo ad interrogare quelli in difficoltà e loro passano il tempo ad usare il loro iphone, argomenti nuovi non ne spiegano più, perché, tanto i ragazzi hanno la testa in vacanza e andrebbe tutto ripreso in settembre, meglio recuperare le lacune di chi le ha…”
Io sono la “strega” della scuola, spiego e dico di voler attenzione come se fosse Novembre, (anche se so che non la otterrò, perché Maggio rende stanchi, ma non lo ammetto davanti a loro), perché parto da questo presupposto: hanno 14 anni, sono al Liceo Classico, non alle Elementari, in men che non si dica diventeranno “grandi”, prima o poi, si spera, lavoreranno, anche il lavoro stanca, ma se uno andasse in ferie dal 15 al 30 luglio il datore di lavoro gli chiederebbe di rendere fino al 14 luglio compreso !
Già in nessun altro periodo della loro vita avranno la fortuna di avere 3 mesi di vacanza (beh, ci sarebbero i compiti, ma io non ne darò, perché, come da grandi se si è in ferie non si lavora per il datore di lavoro, così, secondo me, sarebbe giusto anche per gli studenti!)
Insomma, non posso rifiutare le giustificazioni dei genitori che hanno mandato alcune ragazze in ferie in anticipo, ma, se interrogo chi deve recuperare voglio che gli altri aiutino in qualche modo il compagno in difficoltà a recuperare ciò che non sa, che partecipino al suo recupero, stamattina in classe c’era un clima già di vacanza, domani vorrei fare loro un discorso sul fatto che, in un Liceo, il 28 maggio non può essere già vacanza.
Si godano pure i loro tre mesi che sono di diritto, ma prima si lavora !
Sono troppo severa ? Secondo Lei quando è giusto concedere implicitamente ai ragazzi di “andare in vacanza” con la testa e l’atteggiamento ? io sarei disposta a concedere solo l’ultimo giorno di scuola ! Un Cordiale saluto. Con stima. Anita”.
Cara Anita, io non ho mai concesso assolutamente nulla! Ho sempre fatto lezione fino all’ultima ora. E, ogni giorno, ho preteso all’ultima ora quello che pretendevo alla prima. E insegnavo alle medie. Non parliamo di quello che avrei fatto se avessi continuato a insegnare in un liceo, come all’inizio della mia carriera. Quello che si può fare è riservare l’ultimo giorno di scuola o l’ultima ora di giorni particolarmente impegnativi a riflessioni sulla vita, sulle vacanze, sul futuro, ecc. Ma sono lezioni anche quella.
Trovo decisamente discutibile l’idea che si possa essere “a posto con i voti”. Ma in che senso? La valutazione deve tener conto anche della capacità di essere costanti nell’impegno  Chi stabilisce che se ti ho interrogato il 3 maggio io non possa interrogarti di nuovo il 3 giugno? O se ti ho interrogato oggi io non possa interrogarti anche fra tre giorni, per vedere se studi con costanza? Ed è discutibile anche pensare che se un insegnante pretende da ragazzi di  quattordici o quindici anni di “riposarsi dalle fatiche” trastullandosi con iPod, telefonando, giocando a carte, sorseggiando un caffè, ridendo e scherzando, debba essere considerata la “strega” della scuola. L’importante è essere coerenti, chiari fin dall’inizio  I voti, i modi di verificare gli apprendimenti, lo studio, l’impegno devono essere chiarissimi anche per loro.
La Scuola è il luogo dove si lavora e si studia. La classe è un gruppo, e non la somma di individualità che pensano ognuna ai fatti propri. Come giustamente dici, Anita, bisogna che tutti facciano tutto insieme. L’interrogazione non dovrebbe essere un interrogatorio, ma una conversazione alla quale, all’occorrenza  possono essere invitati tutti. Anzi, devono essere invitati tutti. “Mentre interrogo fate quello che volete ma non fate troppo rumore” è una frase che viene pronunciata spesso, e che trovo sbagliatissima. Anche per l’idea che si dà dell’interrogazione come di una attività esclusivamente burocratica. E – soprattutto- se mentre alcuni sono interrogati gli altri chiacchierano, ridacchiano, o peggio, usano il cellulare, fanno foto o mandano messaggini a me sembra che si tratti di assoluta mancanza di rispetto nei confronti dei compagni interrogati e dell’insegnante. 
Il problema è che molti insegnanti hanno deposto le armi: la maleducazione, il menefreghismo, la mancanza di impegno vanno combattuti. Ma non con le armi della bocciatura, delle punizioni  e dei brutti voti, ma con l’arma della serietà, dell’impegno costante, dell’entusiasmo. Dare per scontato il fatto che i ragazzi che sono stati già interrogati sicuramente si annoiano (ed è giusto quindi che giochino, altrimenti disturbano) significa non considerarsi interessanti. E significa non aver trovato un modo di fare lezione (comprese le interrogazioni) che coinvolga tutti, in ogni momento. E di non essere in grado di fare lezioni interessanti e piacevoli, un po’ più leggere, visto che sono stanchi loro e siamo stanchi noi insegnanti, in tutti gli ordini di scuola. 
Cari colleghi, siamo seri. Non permettiamo che nella Scuola si diffonda il lassismo, perché ce n’è già tanto nella società, fuori dalle aule. Lasciar perdere, tollerare, accettare i comportamenti poco o per nulla seri, non interrogare più chi vuole provare a prendere la sufficienza o a migliorare il voto (se prima si è impegnato, naturalmente) è più semplice che pretendere un impegno costante. La società, ma spesso anche la famiglia, non pretende impegno da parte dei ragazzi. Ma la vita è fatica e la Scuola deve insegnare ai ragazzi ad accettare la fatica.

No, non sei troppo severa, Anita. Sei seria.

 

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