Gli alunni difficili sono ragazzi che soffrono. Prima parte. 

Lettere e risposte
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Berta mi scrive:

“Gentile collega, mi chiamo Berta ed insegno Matematica. Mi posso definire alle “prime armi” visto che sono solo sette anni che ho intrapreso questa ” avventura”. Come incaricata ogni anno è un rimettersi in gioco ed affrontare un percorso diverso fatto di tante gioie ma anche di tante sfide. Quest’anno però sono in piena crisi poiché la scuola dove lavoro è piena di “casi difficili”, a volte ho l’impressione di essere in un riformatorio. La settimana scorsa sono stata portata in ospedale dopo un forte malore a causa di uno scontro con un alunno e da quel momento quando sono in classe non riesco più a fare lezione come mio solito. Mi sento sconfitta , depressa e non riesco più a fare lezione mettendoci il cuore ma lo faccio in modo apatico guardando sempre l’orologio , aspettando la fine dell’ora. Sarei molto felice se Lei potesse darmi un aiuto e un consiglio per farmi superare questo momento difficile. Cordiali saluti. Berta”

Cara Berta, ricevo molte lettere da insegnanti che chiedono consigli su come gestire gli alunni difficili. Ho già suggerito parecchie strategie, ma credo che sia utile dedicare un post completo a questo concetto: come affrontare un ragazzo difficile?

Gestire una classe difficile non è lo stesso che gestire un alunno difficile: la classe è l’insieme, che a volte contiene anche qualche alunno difficile e a volte no.

Una classe può essere difficile anche senza alunni difficili, per esempio perché gli alunni sono soltanto molto chiacchieroni. Non è un problema, se applichi i consigli che do.

Ma se nella classe ci sono alunni “difficili” la difficoltà è molto più alta. E con “alunni difficili” non intendo chiacchieroni che studiano poco. Intendo ragazzi che si comportano in modo apparentemente assurdo: mandano tutti a quel paese, urlano, fischiano, ostentano menefreghismo, fanno scherzi pericolosi, rispondono male, fanno dispetti, picchiano, prendono in giro.

Per gestire una classe difficile che ha alunni difficili bisogna prima di tutto trovare il sistema di gestire loro. E per gestire gli alunni difficili bisogna capirli. Capirli profondamente.

Per capirli bisogna convincersi di un concetto fondamentale, che mi sembra di aver già espresso mille volte: gli alunni difficili non sono “mezzi delinquenti”, “cattivi”, “matti”. Sono ragazzi che hanno un disagio, che hanno sofferto, che soffrono, anche quando a noi, se li guardiamo superficialmente, sembra che se la ridano e se ne freghino di tutto e di tutti. Se vogliamo aprirci un varco attraverso la cortina di negatività che li circonda, per poi tendere loro una mano e farli uscire, bisogna che troviamo il modo di accettarli e capirli.

I ragazzi difficili – l’ho già detto e non mi stanco di ripeterlo – sono ragazzi che vivono situazioni assurde, che spesso noi insegnanti non conosciamo o conosciamo solo superficialmente. Pretendiamo che “portino il libro”, che “facciano i compiti”, “che portino il famoso ‘materiale’”, che studino. E se non lo fanno ci scandalizziamo, ci irritiamo, come se volessero farci un dispetto, come se ci mancassero di rispetto. Come se bastasse un po’ della tanto decantata “buona volontà” per studiare, stare attenti, fare i compiti. Non basta, purtroppo.
Se un bambino, se un ragazzo, vede il padre che torna a casa ubriaco e picchia la madre, sarà un ragazzo in qualche modo difficile: apatico, asociale o violento. Più facilmente sarà violento, ce l’avrà a morte con tutto il mondo. Dà già tanto a casa e non gli sembra giusto che anche a scuola gli si chieda qualcosa. Un ragazzo che a casa assiste a litigi violenti, che non ha soldi per comperare le scarpe, che sta solo tutto il giorno, fin da piccolo, si comporterà male; un ragazzo che non ha mai visto il padre, che viene rifiutato dalla madre, o picchiato con la cinghia dai nonni, sarà senz’altro un ragazzo difficile. Un ragazzo che subisce violenza – sia essa fisica o psicologica – è sempre un ragazzo difficile, difficilissimo. Avrebbe bisogno di amore e di carezze, perché in fondo è un bambino come tutti gli altri, e invece riceve solo indifferenza, violenza, calci, fisici o psicologici, e vive una vita già dura e faticosa a otto, nove, dodici tredici anni. Poi viene a scuola. Gli ci vorrebbe un po’ di considerazione, di comprensione e di incoraggiamento. Ma dà noia, disturba la classe, la lezione. E allora riceve altri calci psicologici: l’insegnante lo ignora più che può perché gli rende difficilissima la lezione; è contento quando è assente perché “finalmente abbiamo potuto fare lezione: si stava una meraviglia”; l’insegnante gli scrive note sul registro, lo sospende, lo allontana. O lo disprezza con lo sguardo, perché prova astio verso di lui, che “basterebbe che avesse un po’ di buona volontà e potrebbe avere tutte sufficienze”, e perché “disturba, non è capace di stare attento e anche i compagni non lo sopportano più”.

Quando abbiamo di fronte un ragazzo in difficoltà, ricordiamoci che non ha colpa del suo comportamento. E ricordiamo che spesso, spessissimo, non lascia vedere il suo dolore.

Dobbiamo aiutarlo, anche se ci rende la vita difficile, se la sua presenza in classe ci provoca paura, o rabbia. Solo se  riusciremo a trasmettergli vero interesse potremo ricevere rispetto da parte sua. E si vedranno i risultati. Se non ci saranno colleghi che distruggono tutto il nostro lavoro.

E se non riusciamo ad aiutarlo – perché spesso non ci si riesce – se l’unico sistema che troviamo per affrontarlo consiste in una sospensione o in una bocciatura, non sentiamoci soddisfatti perché “giustizia è fatta”. Sentiamoci in colpa. Noi, e, soprattutto, la Scuola italiana, che non offre quasi nulla, a questi ragazzi.

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