Quando una donna viene uccisa dal suo uomo.

Idee e riflessioni
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Ho già molto riflettuto sul perché un uomo uccide una donna, e spesso proprio la donna che crede di amare. Che “crede” di amare perché l’amore non può essere possesso, non può essere umiliazione, né violenza né morte.

Ma adesso l’ho visto, purtroppo. L’ho visto fare.  Ho visto uccidere una donna dall’uomo che un giorno aveva detto di amarla, che l’aveva sposata.
Ed è stata una delle cose più sconvolgenti e dolorose della mia vita. Voglio condividere con voi questa orribile esperienza. E scusatemi se questo non è un articolo come gli altri.

Un uomo, un marito, ha deciso che quella donna, sua moglie, andava assolutamente punita. Per qualche motivo che non so, ma che dicono che fosse la gelosia. Non ha importanza il motivo. Quello che importa è che quella donna ha cercato scampo sul piccolo terrazzo della loro casa.  Ha urlato “Aiuto!” con tutta la voce che aveva.
Mi sono precipitata alla finestra e ho visto – da lontano- un uomo che picchiava o accoltellava una donna.
La donna, seduta a terra, continuava a urlare e cercava disperatamente di tenersi alla ringhiera del balcone per non tornare dentro con lui. Sperava in noi. Sperava che qualcuno, là fuori, potesse aiutarla.
Ho urlato con tutta la voce che avevo “Lasciala!” L’ho urlato tante volte. E altri hanno urlato. Ma lui non si è fermato. Poi non abbiamo sentito più nulla. Abbiamo chiamato i carabinieri, l’ambulanza, i vigili del fuoco. Ma nessuno ha potuto fare nulla per quella piccola donna marocchina che è venuta a morire qui, per mano di un altro marocchino, quello che aveva amato e aveva sposato. Un uomo come tanti, in realtà.
Hanno messo sul giornale la foto del matrimonio. Immagino che sia quella che tenevano in bella mostra come il ricordo di quel giorno bellissimo. Lei sorride, tutta contenta perché la vita le aveva dato il ragazzo che amava. Quello che ieri le ha dato sei coltellate.

Ho passato una notte tremenda. Non riesco a togliermi dalla mente e dalle orecchie né le sue urla che imploravano aiuto, né le mie urla che gli dicevano di fermarsi, né le botte o le coltellate che le dava. Scaccio dagli occhi della mente una cosa e mi compare l’altra. E non riesco a non rivedere l’interminabile e inutile rianimazione, né il carabiniere che le faceva le foto, quando dopo tantissimi tentativi di rianimarla, qualcuno avrà detto “Dai, basta! È inutile. È andata” e hanno smesso di provarci.  In quel preciso momento il petto mi si è riempito di un dolore terribile. Ho sentito come se il cuore fosse rimasto intrappolato in un blocco di ghiaccio che non riesce a sciogliersi. E chissà quanto ci metterà a dissolversi, questo senso di impotenza, questo pianto che non riesce a uscire.

Giratela come volete, ma quando una donna viene uccisa da un uomo è perché noi non abbiamo saputo salvarla. Non abbiamo salvato né lei né lui. Perché ogni volta che una donna viene uccisa dall’uomo che ama è perché c’è qualcosa che non ha funzionato, nella testa di quell’uomo, nella sua educazione, nella mentalità della società in cui è vissuto. Un uomo che uccide è un assassino, ma non è un uomo perbene che diventa un assassino per chissà quali motivi. È il prodotto di qualcosa che lo ha fatto diventare un assassino. Voglio scusarlo forse? Certo che no. Voglio “spiegarlo”, dare un senso alla sua ferocia. E non importa assolutamente nulla da dove viene quell’uomo: ieri era marocchino, altre volte è italiano, o rumeno, o cinese, o americano o arabo o di qualunque altra parte del mondo. Ci sono uomini che in qualche modo diventano dei mostri, anche quando normalmente non lo sono. O sono degli uomini che vengono educati a diventare dei mostri perché sono stati abituati a pensare che la violenza è l’unico rimedio, che la donna deve essere sottomessa, che uno sgarbo deve essere punito con la morte, soprattutto se a farglielo è una donna.

Come sempre, in questi casi, mi vengono alla mente dei versi. Oggi quelli di Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Per alcuni uomini la storia è passata invano. Sono rimasti ancora al momento in cui le donne si catturavano con la clava come si faceva con gli animali.

Ogni donna che viene uccisa da un uomo è una di noi. Quella donna che ha chiesto il mio – il nostro – aiuto, urlando con tutto il fiato che aveva in corpo, era una di noi. Una donna. Soltanto una donna.
E il fatto che ci sia anche solo una donna che viene uccisa dalla furia di un uomo che non riesce a sopportare che la sua donna possa averlo tradito, o abbia intenzione di lasciarlo, o che non accetta che quella donna, la “sua” donna sia di un altro, in fondo in fondo, è una nostra responsabilità. Dovremmo dedicare molto più tempo a trovare un modo perché non accada mai più. Qui non si tratta di colpevoli e di innocenti. Si tratta di vittime. E di capire che anche gli uomini-mostro, quelli che uccidono, sono il risultato di qualcosa di sbagliato più a monte. Dobbiamo chiederci che cosa può fare ognuno di noi, singolarmente. E cosa possiamo fare come società. Punire non basta, e non riporta in vita neanche una sola di quelle donne. Bisogna prevenire e agire: educare i figli e gli alunni, pretendere delle leggi contro la violenza sulle donne, stare all’erta, intervenire se sospettiamo una violenza, fare in modo che gli alcolisti, i tossicodipendenti, gli psicotici vengano aiutati; bisogna denunciare, senza pensare “Ma poi, se lo dico…”.

Ogni donna che viene picchiata o uccisa urla così, implora, chiede aiuto. Chiede aiuto a chi può sentirla. E questo avviene in chissà quante case. Molte sono appartamenti in condomini. Sì, possiamo fare qualcosa. Almeno possiamo tentare.

E – lo voglio proprio ripetere- non importa se quella donna era marocchina. Ogni donna che subisce violenza è, prima di tutto, una donna. In qualunque parte del mondo si trovi. Per me questa donna era solo una donna disperata che chiedeva aiuto. Anche il mio aiuto. Era una sorella che non conoscevo, una donna che un tempo era stata bambina, e che, diventata adulta, ha avuto in sorte una morte orribile: quella di morire nel terrore. Le sue ultime parole sono state “aiutatemi!”. Ma non siamo riusciti a farlo.

E non riesco a togliermi dalla mente questo pensiero, questo senso di impotenza e questo dolore.

 

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