Breve storia di un mio ex alunno con psicosi.

Idee e riflessioni Spunti di riflessione
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Questa è una storia vecchia. Una storia che mi è rimasta nel cuore nonostante siano passati venticinque anni.  Ogni tanto guardo i testi dei miei alunni che ho conservato in uno schedario. Oggi è saltato fuori Marco. Dal mio schedario, e dal mio cuore.

Marco era un ragazzino di dodici anni, che aveva una disabilità che consisteva in una psicosi provocata dal non essere riuscito a sopportare il peso di troppo dolore: quello per una madre che un giorno non è più stata capace di cullarlo e di rimboccargli le coperte, e poi neppure di riconoscerlo né di chiamarlo per nome; e quello per un padre che ha rifiutato un rapporto continuo con lui, incapace di accettare perfino se stesso.

Non è che una triste verità il fatto che molti, pur senza fare del male alle persone con disabilità gravi, trascorrono la vita ignorandole, emarginandole e considerandole involucri vuoti di ogni possibilità di offrire qualcosa che loro non hanno.

Si parla di tutto, nella nostra società, ma le piccole storie delle persone chiuse nella solitudine delle malattie psichiatriche non interessano, evidentemente.

Noi insegnanti abbiamo occasione di conoscerli da vicino.

Io li ricordo tutti.

Voglio parlare di uno di loro: Marco. E’ a nome di sua madre, che scrivo, una donna a quel tempo molto giovane, malata di una malattia terribile che piano piano le ha portato via la ragione e i ricordi, e a nome di suo padre, che non ha trovato la forza di non sprofondare nel baratro di una depressione gravissima.

Questo ragazzino era gentile, educato, taciturno. Nessuna famiglia lo voleva in affidamento perché quando aveva paura urlava come un animale ferito. Ho insegnato a tutti a scrivere una poesia e ho chiesto a tutti si provare a scriverne qualcuna. Anche a lui. Ecco le sue, che lasciano intravedere una delicatezza di cui qualsiasi madre potrebbe essere fiera. Ecco, è a nome di tutte le mamme di bambini con disabilità che scrivo, per dire che solo chi guarda bene questi bambini sa che dietro le loro difficoltà ci sono tesori inaspettati. Gli altri vedono solo la disabilità.

Vi propongo le sue parole senza nessuna correzione. Vi troverete un mondo pieno di fiducia, una visione delicata e positiva della vita, che noi, cosiddetti “sani”, abbiamo perduto.

POESIA SULL’ESTATE. Che bello vivere/ in un giorno d’estate,/ andare al mare,/ mangiarsi un gelato,/ cogliere i fiori./ Una bella stagione./ I bambini che giocano/ in un verde prato,/ con tanti colori/ in un giorno di festa./ Ragazzi che ridono,/persone che leggono,/ uomini e donne che si sposano:/ un gruppo di gente./ Addio estate,/ ci vedremo il prossimo anno,/ viene il freddo/ e gli uccelli vanno al riparo/ per tutto l’inverno./ Arriva la primavera,/ le rondini volano,/ escono gli uccelli./Un sole splendente./

TRENO CHE PASSAVI. Treno che passavi/ per paesi e città,/che parti da Genova e arrivi ad Asti, portami con te/ a vedere il mondo, che gira tutto intorno./ Parti e ti fermi/ per tutto il tempo/ senza stancarti mai/ vai per il mondo.

RICORDO. Mi ricordo quando ero bambino,/ quando giocavo,/ quando dormivo, quando mangiavo,/ ero un bell’ometto,/ leggevo libri,/ guardavo la tv,/ mi mettevo a ridere,/ mia mamma mi aiutava,/ mi faceva il bagno,/ mi vestiva,/ ed ero buono./ Speriamo che la vita,/ sia proprio bella.

18/5/95. Il mio ricordo più bello è quando mia mamma mi vestiva, mi lavava, mi svegliava, mi dava da mangiare…Mi ricordo quando ero bambino e giocavo con i pupazzi. Mia mamma mi coccolava e mi cantava la ninna nanna per farmi addormentare. Ricordo che quando avevo sette anni andavamo spesso al fiume io mia mamma e mio padre e facevamo spesso il bagno e ricordo che mi mettevano il salvagente perché non sapevo nuotare…Io ero molto contento, perché mi piaceva uscire di casa, andare a messa, pensare alla scuola e stare vicino ai miei genitori…Mia mamma non mi ha mai sgridato, perché ero un bravo bambino che si comportava bene…Due anni fa, mia mamma che era all’ospedale, veniva a trovarmi con una volontaria…parlavamo di come andava la scuola. Mi portava dei giochi, io imitavo la voce degli animali e mia mamma rideva…Ora sono molto preoccupato, perché mia mamma è all’ospedale e non posso andarla a trovare…Spero che tu possa guarire, così possiamo andare al fiume o al mare, insieme a mio padre.”

Ecco, è tutto. Le parole di Marco sono un invito a riflettere, e a non riservare alle persone che hanno delle disabilità, soprattutto psichiatriche un sorriso pietoso, una battuta paterna. Standone lontani. Solo chi vive vicino a chi ha questi problemi sa che cosa voglio dire. Sa che per la maggior parte della gente il disabile è affare esclusivo della sua famiglia e di chi è chiamato ad occuparsene per lavoro. Sa che cosa significano per lui gli sguardi che li evitano, i posti lasciati  vuoti accanto a loro sulle panchine e sugli autobus, le scalinate nei cinema e la paura della folla, i muri troppo alti, le porte troppo strette, i marciapiedi smisuratamente alti, i buchi, i sassi, le macchine parcheggiate fuori posto che intralciano il passo già faticoso, che impediscono il passaggio delle carrozzelle. Meglio sarebbe stare sempre in casa, forse. Come finisce per fare qualcuno.

Da oggi  in poi, riserviamo un po’ più di interesse ai tanti Marco che ci circondano e che non vediamo.

Che alla fine si scopra che possiamo imparare una preziosa lezione di vita?

Parlare di disabilità: quali sono le parole corrette da usare

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